Karibuni Onlus

La Fortuna di Essere Baobab PDF Stampa E-mail

 

 

Il Baobab è stato uno dei primi alberi a comparire sulla terra. Dopo di lui la palma, snella e graziosa. Quando il Baobab vide la palma, chiese a Dio di voler essere più alto. Quando poi conobbe il bell’albero della fiamma il Baobab fu invidioso del suo meraviglioso fiore rosso. Quando scorse l'albero di fico colmo di frutta, ha pregato per avere anch’esso dei frutti dolci. A tal punto Dio si offese per le richieste eccessive del Baobab, il quale non sapeva apprezzare i doni che Dio gli aveva dato. E così un giorno, stanco delle continue richieste superficiali del Baobab, lo afferrò per la chioma, lo sradicò dalla terra e lo ripiantò al contrario, capovolgendo le sue radici.

Da quel giorno il Baobab quando nasce è solo, se ci facciamo caso è difficile trovarlo in compagnia di altri alberi. 

Il Baobab è l'albero più affascinante io abbia mai visto. Mi chiedo quanta bellezza sia nascosta sotto quella terra, se già solo ciò che è visibile è così maestoso. Il Baobab ha scelto l'Africa. Non lo si trova in nessun'altra parte del mondo.

Il Baobab ha una vita media di 500 anni. Conosce a memoria ogni stella di questo cielo, davanti a lui il sole ha danzato almeno centottantaduemila giorni. Il Baobab ha un frutto morbidissimo. Lo puoi accarezzare per ore. Al suo interno proprietà naturali terapeutiche anti-infiammatorie e antivirali incomparabili.

Il Baobab è chiamato l'Albero della Vita o Albero Magico, qui in Africa.

 

Sono da quasi due mesi alla ricerca del mio Baobab, quando mi sposto sto sempre attenta a riconoscere quello che un giorno mi chiamerà a Sè e attendo fiduciosa.

 

Lunedì ho ripreso con le mie energie a seguire i progetti di Karibuni e noto con piacere che la Farm di Langobaya è finalmente pronta a ricevere i suoi primi ospiti minuscoli a due zampe, i pulcini della Flora Farm, in arrivo in questa settimana.

Tutto intorno è stato ripulito, la casetta dei pulcini si sta preparando a ricevere calore per accogliere i suoi ospiti.

La stessa accoglienza sarà destinata a Malanga, dove Karibuni ha creato un progetto parallelo.

Nelle scuole della zona vi sono ancora altri passi positivi, l'entrata della nursery si è colorata di piantine nuove intorno, si sta stabilendo la nuova shamba di verdure e casuarine, mentre alla secondaria si sta terminando il refettorio e si pensa a creare una piccola nuova shamba vicina al fiume, zona che andrò martedì a visionare.

 

A Mida i bimbi avranno nuove magliette per il doposcuola e insieme agli insegnanti abbiamo pensato a diversi colori per distinguere in futuro nuove squadre per colore, quando si andranno a creare nuove attività di integrazione nel doposcuola.

 

Abbiamo da poco affittato nuovi acri che stanno per prepararsi a nuove coltivazioni e nella nuova aula della nursery sono entrati oggi i primi banchi nuovi.

 

All'ospedale di Gede le due nuove macchine dell'anestesia e radiografia attendono esperti per il prossimo funzionamento indipendente. Kalid, puntuale e molto apprezzato direttore dell'ospedale, mi ha proposto di seguirmi all'interno della regione per creare dei momenti di formazione per la comunità locale, spesso analfabeta, che vive nell'area tutta intorno.

Un'idea che presto verrà resa concreta e meglio definita nella sua ottimale organizzazione.

 

A Karibuni e in Kenya è tornata Laura, con mia grande gioia.

Il suo aiuto e appoggio sono per me fondamentali, Laura e io condividiamo difficoltà e gioie quotidiane, nervosismo e soddisfazione, ingredienti unici ed estremi che condiscono i nostri giorni, fatti di pazienza, motivazione, e ancora pazienza.

Io e Laura siamo una la forza dell'altra, dove una non arriva, l'altra è già in soccorso, sta nascendo davvero una collaborazione serena ed equilibrata.

 

In questa settimana sono persino riuscita a regalarmi un paio di ore vicine al mare, dove io amo camminare e tornare indietro almeno tre, quattro volte, fatico a rimanere immobile.

Spesso mi capita, rapita da immagini indelebili, come quelle di bimbi sulla spiaggia che corrono con i fiorellini delle buganville, di essere preda di alcuni miei momenti deliranti, in cui invece di sorridere per la bellezza che vedo io piango. Sono spesso preda di vortici irrefrenabili da cui volentieri starei lontana ma di cui ahimè io sento non poter fare a meno, sento fanno parte di me come le mie mani e le mie orecchie, non c'è niente da fare.

Ebbene in quei momenti "speciali" io sento che questo mio corpo è troppo limitato, piccolo, debole, per accogliere la sensibilità che Dio ha voluto darmi. E così mi ritrovo a dover fermare i piedi sulla sabbia perchè il nodo in gola che sento stringe troppo forte. Mi capita di vedere donne sulla spiaggia infagottate di colori e oggetti che cercano di vendere nelle maniere più diverse, approcciandoti nei modi più disparati, tentando di parlare la tua lingua, sorridendo più che possono anche se non ne hanno più voglia e sanno già che non comprerai. Sperano inutilmente. Ecco io in quei momenti, vado al di là del sorriso che mi mostrano, penetro in fondo nei loro occhi, così in profondità che devo distogliere lo sguardo in fretta per quello che penso di aver visto. Non vedo più sorrisi. Il beach boy che si avvicina per fare il complimento prima di proporti un'escursione, improvvisamente mi fa una compassione tremenda e il bimbo che corre felice sulla spiaggia con la magliettina tutta rattoppata e bucata in ogni dove, mi ipnotizza e mi lancia un dolore fitto in fondo al petto, perchè quel bimbo dovrebbe essere a scuola e invece si allena in acrobazie, sperando un giorno di diventare bravo come suo fratello e poter fare soldi anche lui mostrandosi ai turisti.

 

Come vorrei a volte non sapere, come vorrei a volte avere gli stessi occhi di chi qui ci viene solo per andare in resort. Cosa darei per poter camminare sulla spiaggia e su questa terra senza dovermi commuovere ogni volta, senza sentirmi piccola, inutile, invisibile, impotente. Impotenza, che parola orrenda, ripugnante, sempre presente nel mio vocabolario qui, sempre. A volte io cammino insieme a loro, sono nei loro posti a mangiare come loro, vivo senza troppe comodità e senza dar loro nulla da vedere che io possiedo. Ma anche camminando insieme a loro io porto con me qualcosa che loro non hanno, il colore della mia pelle, che io sinceramente a volte non sopporto più. Un colore che ogni giorno mi ricorda e ricorda agli altri che io sono diversa, anche se sono sul loro matatu e mangio "ugali "con le mani mentre loro ridono e si complimentano. Io come loro non lo sono. E spesso realizzo per pochi istanti la terribile sensazione di come deve sentirsi un uomo o una donna colorati in mezzo ai bianchi mozzarella, come dicono qui, quando sono nel nostro paese. Sono a casa loro e mi trattano come se fossi la superiore, non lo sopporto. Nella mia follia che spesso diviene visibile anche alla gente di qui, mi sono sentita chiamare "capo". Non ricordo in che momento, la risposta ad una mia affermazione è stata "tu hai ragione capo". "Capo? non ho sentito bene. Io non sono capo di nessuno, io qui sono a casa tua e capo se mai sei tu, non dirlo mai più". "Vero, belle parole dici, scusa". "no tu non devi dire neanche scusa, sono io che chiedo scusa  a te se nella tua testa è ancora impressa la cicatrice che associa il bianco al capo. Io sono Paola, se ti è più facile Paula, come lo leggi sul mio braccialetto, chiamami così e sempre solo così".

E' così che io e la mama siamo diventate amiche. Lei ora mi ferma per strada quando mi vede tornare e mi avvisa che il mio avocado è pronto. Sì perchè non è facile trovare avocado adesso e quando a lei capita me lo mette da parte e aspetta che io torno.

Non è facile convivere con quella che io sempre dico essere il mio regalo più scomodo, la mia sensibilità patologica, che spesso mi fa anche ammalare.

 

Anche io, come il Baobab, ho chiesto più volte qualità che non mi appartenevano, non essendo stata spesso soddisfatta di ciò che è stato donato a me, vedendo alcuni regali come regali scomodi.

E credo anche che quando Dio, stanco delle mie richieste abbia deciso di sradicarmi, lo abbia fatto  prendendo le mie radici e spargendole ovunque, nel mondo. 

 

Da quel giorno per me è iniziato Il Viaggio.

 

Da quel giorno quel regalo scomodo è stato l'unico utile di cui io mi servo durante le mie scoperte, le mie avventure in terre lontane, i miei incontri. Senza quel regalo io non sarei potuta arrivare fino a qui, credo ora con certezza che io "non sarei", semplicemente. Il Baobab a me insegna che anche quando ci si sente sradicati e privati di ciò che credevamo fosse la vera bellezza, si è sempre in grado di apprezzare poi il grande gesto d'amore di Dio, che ti permette di capire fino in fondo anche un dono che inizialmente ti sembrava scomodo. 

Il Baobab ora sa essere l'unico albero utile alla vita in ogni sua componente, dal frutto alla sua corteccia, alle sue radici.

No, attenzione, non ho certo la presunzione di volermi paragonare ad un Baobab adesso. Io con lui condivido solo la punizione di Dio, che in realtà abbiamo scoperto entrambi essere stata un ennesimo dono: ci ha totalmente capovolti, in terra d' AFRICA.

 

 
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