| tra sofferenza e felicità |
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Chakama. Una mattina di sole mi vede in viaggio verso questa terra bellissima e provatissima al limite della sopravvivenza. E' un piccolo villaggio che si incontra sulla strada terribilmente rossa che porta allo Tsavo, dove le strutture sanitarie e i servizi di base non sono adeguati, dove le uniche abitazioni possibili sono misere capannine di paglia.
Chakama è bellissima, esteticamente bellissima. Chakama è tremenda, umanamente tremenda da vivere.
Karibuni mi ha chiesto di visionare la zona per pensare ad un progetto agricolo che possa in qualche modo aiutare, donare un piccolo supporto alla popolazione locale, che vive a ridosso del fiume sabaki, unica forma e riserva idrica preziosa, dove però non certo aiuta ad un rifornimento di acqua potabile. Quando mi avvicino al fiume, insieme alla mia guida e al mio driver, dopo aver camminato per chilometri sotto un sole livido e implacabile, e dopo aver prestato attenzione ad ogni passo "perchè qui terra di serpenti", arrivo al fiume.
Un fiume nero, estremamente selvaggio, torbido, dove la gente del posto sfida i coccodrilli pur di permettersi la toilette quotidiana. Un sapone e una salvietta al sicuro su un ramo e un vecchio mzee (anziano) del villaggio si prestava alla sua cura diaria, ho avuto la netta impressione di averlo spaventato e stupito, una donna bianca che si aggira in questo fiume, in questa terra quasi dimenticata. Sorrido timida con un'espressione di disagio che chiede scusa per essere entrata "nel suo bagno" senza chiedere permesso, l'anziano signore ricambia un sorriso saggio e comprensivo, mi volta le spalle per togliermi dal disagio e prosegue nella sua pulizia con la sua saponetta.
Mi allontano in fretta quando avrei voluto rimanere ad assistere a quei minuti silenziosi in cui uomo e natura si fondono di continuo qui, donandosi e sottraendosi a vicenda. "Scioccata" di bellezza e di sensazioni miste mi allontano verso le mie guide che mi attendono per mostrarmi alcuni acri ancora utlizzabili, stordita da quel silenzio e da quel rumore lieve dell'acqua del fiume sabaki, calpestando veloce l'erba per sfuggire ai quaranta gradi il prima possibile e ravvisandomi subito di non correre e di guardare bene ogni passo. Mi allontano da Chakama dopo aver scattato alcune foto che possano testimoniare la realtà visitata e in direzione Langobaya, al ritorno, il morso stretto della fame si fa più forte che mai, dalle sette del mattino in cui avevo bevuto un solo caffè, ero resistita fino alle quattro del pomeriggio, sfinita da un calore micidiale. In quel momento si presenta davanti a me la scelta, o aspettare il ritorno verso casa e quindi altre due ore circa prima di "cenare", a questo punto, o rischiare per strada un assaggio veloce di qualche cibo cucinato da alcune donne in periferia. Con le conseguenze del dopo, ora realizzo aver scelto la peggior soluzione, purtroppo, e mi fermo a prendere con pochissimi shellini un sacchettino di non so cosa fritto, forse erano patate e zucchero, il gusto era buono, sapeva di zucchero filato o di zucca dolce, insomma non mi sono fatta domande, la fame era troppa e il gusto assolutamente accettabile. Ringrazio felice la signora, che mi guarda curiosa di capire da dove fossi sbucata fuori da quelle zone, quasi non mi saluta nell'intento di seguirmi con lo sguardo fino a che salgo sulla macchina che mi attende, ancora con i miei shellini in mano.
E' in quel momento che il mio errore fatale si materializza e lo scopro solo qualche ora dopo, quando all'ora di cena una sensazione di stomaco pesante prende il posto dell'appetito, penso sia normale, ho mangiato del cibo fritto e l'appetito può tardare...in pochi minuti la sensazione di pesantezza diventa una sensazione ben diversa, come avessi un oggetto di plastica conficcato nello stomaco, che doveva assolutamente uscire. Da quel momento in poi risparmio altre descrizioni ma ho passato tre giorni e tre notti decisamente indimenticabili. Alle undici di sera, presa dallo sconforto e dalla paura che si potesse trattare di qualcosa di grave, realizzo avere la febbre 38.7, i tremori sono evidenti, la reazione di rigetto costante, non mi dava tregua, anche quando la sensazione di aver ingerito un oggetto dal mio stomaco si era placata. Un messaggio in Italia e subito la carissima Bianca mobilita per me un medico davvero in gamba della zona, non solo ottimo professionalmente, ma anche umanamente grande. Grazie a lei il Dott. Shindo si presenta davanti alla mia porta in meno di mezz'ora, riesco a fatica a trascinarmi per aprirla e quando il medico mi trova davanti la prima domanda che si è sentito di farmi è stata "da quanto tempo ti trovi in Kenya" e oltre ai tremori e al vomito, se avessi le articolazioni doloranti, per escludere di primo impatto la presenza di malaria. La seconda domanda è stata di difficile risposta, perchè con la febbre alta e con l'energia che ho impiegato, per mantenermi in piedi e aggrappata al lavabo, durante i miei "sfoghi" terribili, io avevo certamente male alle articolazioni, ma come potevo sapere con certezza? Ho letto, documentandomi sulla malaria e dopo quello che mi aveva detto Bianca al telefono, quando mi ha sentita spaventata, che il dolore che senti alle articolazioni durante una crisi di malaria non è proprio paragonabile a niente, perchè tu in quel momento senti che le articolazioni te le stanno spezzando, niente di meno. Non mi sentivo certamente così ma il Dott. Shindo per scrupolo ha preferito farmi il test, per allontanare la paura di entrambi.
Il giorno dopo lo studio del Dott. Shindo mi trova trascinata davanti alla sua porta e in pochi minuti allontano l'incubo della malaria, il test è negativo, me lo sentivo, me lo sentivo. Anche perchè la febbre era sparita ma purtroppo non tutto il resto e il dolore alle articolazioni non c'era, basta. Un "semplice" ma cattivo parassita si è trovato comodo nel mio stomaco e lì ha costruito la sua famiglia, da subito. Per cui la diagnosi è di infezione gastrointestinale, niente di più. Obbligatoria terapia antibiotica per iniezione o in tavolette e tanto riposo. "Considera il vomito come un amico che ti aiuta ad espellere il virus, tu sei psicologa, costringi la tua mente a liberartene al più presto" (??) Dico di aver capito, ringrazio infinitamente il Dott. Shindo per la sua capacità di tranquillizzarmi e di sicurezza che ha dimostrato, per me fondamentale, e mentre mi chiedo chi poter chiamare per essere accompagnata a casa non faccio in tempo ad uscire dal suo studio che alcune persone del villaggio hanno saputo e visto la muzungu malata e volevano sapere cosa mi fosse successo. In pochi minuti sono stata trasportata a casa, accudita e visitata ogni 15 minuti di media, incredibile, pazzesco. Ho dovuto a un certo punto lasciare la porta aperta perchè era diventata una vera processione, se avessi avuto le forze avrei fatto un video. Non sono riuscita a riposare un attimo per le continue visite, il cuoco Jackson che mi aveva regalato un panino buonissimo fatto con le sue mani qualche settimana prima, i venditori dei mercatini di fronte alla mia casa ai quali lascio sempre qualche shellino per la verdura, le persone con cui collaboro quotidianamente nei progetti e che neanche sono della zona, le anziane curiose e come non bastasse ho dovuto spegnare il cellulare perchè la notizia ormai come una metastasi era arrivata fino a Malindi e in poco tempo Suor Margaret era accanto al mio letto con la Sua benedizione.
Mi sono sentita in un film, in una specie di sogno, tra la confusione della febbre e la fatica di realizzare per la prima volta cosa significa stare male in Africa. Quando, in Italia, se stai male, persino il tuo vicino non si scomoda a venire a trovarti, le amiche che consideravo tra le più care mi mandavano al massimo un messaggio con scritto il classico "ti sono vicina" o "se hai bisogno sai che ci sono"...sì, certo... Qui, in Africa, neanche il tempo di vederti per strada barcollante e ti si fiondano in casa, letteralmente. Mi sono persino trovata in difficoltà a mettere uno stop alle visite perchè avevo seriamente bisogno di dormire, non avevo neanche energie per parlare ed ero a disagio nel far aspettare gli ospiti perchè mi era impellente il bisogno del bagno ogni dieci minuti ...in pochi istanti io qui, nella mia casa, avrei avuto chi mi faceva da mangiare, chi sarebbe andato in farmacia, che mi avrebbe assistita e chi mi avrebbe fatto compagnia, chi mi avrebbe rinfrescato la salvietta in attesa che scendesse la mia febbre, chi, chi, chi.. in Italia ci si sente a disagio a chiederlo persino al proprio figlio, per paura di disturbarlo sul lavoro, o in famiglia o vai a capire dove. Qui se stai male chi ti conosce e anche chi ti conosce appena, interrompe la sua attività, perchè qui, in Africa, la salute è tutto, è una conquista continua e difficile, è una conquista che si condivide con tuo fratello. E io qui mi sono sentita per la prima volta figlia, sorella, nipote di ognuno che spontaneamente si era interessato alle mie condizioni di salute, percorrendo a piedi anche chilometri.
Ricordo un momento di lucidità, in cui ho pianto mentre la mia "mama" mi consolava con il suo ripetuto "pole" di essere forte ma io mica piangevo per me, o forse anche, ma piangevo perchè ero commossa e incredula, confusa, per una infezione intestinale guarda che attenzioni avevo destato nel villaggio, mi sentivo persino stupida, piangevo per tutto, piangevo perchè in fondo ero persino felice, anche se mi contorcevo dal dolore. Alla "mama" non gliel'ho detto. Questo mio scritto, elaborato a fatica a causa del malessere ancora costante, purtroppo, è dedicato a tutte quelle persone che mi hanno regalato una nuova consapevolezza, su due realtà ormai presenti nella mia vita qui: la solitudine è un concetto solo relativo e nel dolore esiste sempre anche la possibilità di affacciarsi ad una finestra di felicità intensa e pulita.
Dedico a queste persone la poesia che oggi mia sorella Ale ha dedicato a me. Sono la seconda di tre sorelle, tutte conoscenti e ri-conoscenti a questa terra che abbiamo incontrato insieme solo un anno fa nella nostra vita. Una vita che l'Africa ha cambiato e sconvolto a tutte noi. Ale, la più piccolina, sta dedicando i suoi studi contando i giorni che la separano da questa terra e ha vissuto questa estate come volontaria in un villaggio Maasai in Tanzania; Anna, la più grande fra noi, l'ha raggiunta poco dopo, mentre io a pochi chilometri di distanza iniziavo questo mio percorso con Karibuni in Kenya.
Un bimbo mi prese per mano Conducendomi alla sua capanna e una donna mi chiese: Hai una medicina per gli occhi della mia bambina? Ero in africa e non riconobbi la Speranza? l'avevo dimenticata?
Una giovane donna camminò Al mio fianco, sorridendomi. Adagiò tra le mie braccia la sua piccola bimba. Ero in africa e non riconobbi la Fiducia? l'avevo dimenticata?
Un uomo col suo passo calmo In una stretta e polverosa Strada sterrata del villaggio mi disse: Hai portato festa nel villaggio? Ero in africa e non riconobbi la Serenità? l'avevo dimenticata?
Un vecchio con la sua sontuosa tunica batik Trasportava sottobraccio Contorte lamine per la sua umile capanna Ero in africa e non riconobbi la Dignità? l'avevo dimenticata?
Un asinello e una capretta gravida E un gallo dal variopinto piumaggio Attraversavano un ponticello Attendendosi l'un l'altro. Ero in africa e non riconobbi la Gentilezza? l'avevo dimenticata?
Al tramonto seguì un alba e poi un altro tramonto e poi ancora ... il fiume,seguendo il vento, si ritirava e poi tornava e poi andava e poi ancora ... Ero in africa e non riconobbi la Vita? l'avevo dimenticata?
Lajla - "Elementi
Buonanotte amori, sorelle mie. Buonanotte Africa, amore mio. |






