Karibuni Onlus

15 settembre 2011. Primo mese in AFRICA PDF Stampa E-mail
  
Venerdì 16 Settembre 2011 22:39

15 settembre 2011, oggi il mio primo mese in Africa.

 

Già un mese, solo un mese. Ho l'impressione di essere appena arrivata e allo stesso tempo di essere qui da una vita. Di non essermene mai andata dalla prima volta che ho conosciuto questo continente, di essere sempre stata sua.

E allo stesso tempo prego perchè mi aiuti a rimanere, perchè mi aiuti a non cedere mai, prego perchè mi renda più forte,  prego per la sopportazione, per la salute, prego per la pazienza. Pazienza. Una parola che qui se non è all'ordine del giorno, se non la coltivi, se non la conosci, puoi anche evitare di venirci, in Africa. Io sto scoprendo il significato di questa parola ogni giorno e ogni giorno la modifico, la adatto, la vesto di un significato. La mia prima settimana operativa in autonomia mi trova trascinata tra pazienza e lotta. Lotta continua nel raggiungere obiettivi così piccoli che qui sembrano così grandi. Mi passa la voglia di scrivere quando penso che per quanto si cerchi di descrivere non si riesce davvero mai a regalare la sensazione reale, cruda, di ciò che si incontra qui.

 

 

La mia lotta quotidiana inizia appena sveglia nella mia casa. La mia sveglia suona sempre all'alba per provvedere a scaldare l'acqua delle bottiglie se quel giorno l'acqua in casa non c'è. Mi assicuro che ci sia la luce per scaldarmi un tè allo zenzero, che qui è buonissimo, nel caso non ci fosse, bevo il mio latte freddo lasciato pronto all'occasione in frigorifero, con due biscotti comprati qui che sanno un po' di plastica ma ormai non ci faccio neanche caso, per me sono anche buoni. La seconda lotta, una delle più impegnative, è quando esco di casa. Un sole implacabile alle otto del mattino già ti aspetta e ti scompone dopo solo qualche metro di strada per aspettare un matatu (mezzo locale simile a un pulmino) che sembra non arrivare mai, di essersi dimenticato di te. Qui in Africa sembra non ci sia abbastanza  tempo di vivere un'alba o un tramonto, ci si trova improvvisamente al buio o alla luce, come in una metafora che ricorda il mio modo di ripensare alle esperienze della mia vita, di totale luce e di totale buio, come se non ci fossero state sfumature. Una luce potente che mi guida fino alla fermata e mi lascia lì per almeno venti minuti, mezz'ora, in attesa di raggiungere un mezzo che mi porti verso le strutture dove opero. La terza lotta è quando ci sali, sul matatu, una volta che arriva. Il matatu non parte fino a quando ogni singolo sedile è stato occupato, fino a quando, a volte, qualcuno si "appende" al di fuori in piedi pur di avere un passaggio. Il matatu si ferma ogni circa 300 metri, in corrispondenza di alcune fermate nella tappa e di altre improvvisate. Ieri ad esempio si è fermato per ben 40 minuti in attesa che due gentili ospiti avessero finito di litigare sulla strada. Sotto un sole che castiga imprigionata tra gambe e braccia altrui, borse della spesa, bimbi di ogni altezza che ogni tanto ti offri di tenere sulle tue gambe perchè la mamma non riesce a tenerli tutti sulle sue. Quando finalmente raggiungo Gede, dopo aver girato Watamu fino in periferia, un'altra attesa di minuti importanti ti accompagna verso un nuovo matatu per Mida, con la stessa situazione che si ripete. In quel tragitto che dura poco più di un'ora da quando pochi km prima eri scesa di casa, preghi per diverse cose, preghi di scendere sana e salva quando realizzi la velocità folle con cui guida l'autista, mentre mastica convinto l'erba locale, preghi perchè tu possa vincere questo caldo infinito e preghi che nessun'altra scusa che non dipenda da te ti possa tenere incastrata lì sopra più del sopportabile.

 

Quando raggiungo Mida il tempo si ferma, ringrazio gli alberi per regalarmi un po' di ombra scegliendoli nel mio percorso e il sorriso dei bimbi che ormai mi chiamano per nome mi conforta e mi solleva dal trambusto di pochi attimi prima.

Tra poco a Mida arriverà la nuova dieta impostata dai pediatri italiani di Karibuni, nel frattempo si controlla il cibo, nelle quantità e qualità che giunge alla scuola, si insegna l'italiano, si studia con il preside un programma scolastico alternativo fatto di esperienze più concrete per i bambini. 

Oggi è stato un grande giorno, i bimbi della nursery si sono recati in gita presso l'Arabuko Sokoke Forest, una foresta vicina alla scuola che si estende per ben oltre 400kmq con più di 200specie di farfalle e la presenza del famoso topo ragno, esistente solo qui. Abbiamo organizzato questo giorno da subito e siamo riusciti a renderlo memorabile. I bimbi erano così felici, li osservavo nella loro compostezza durante il viaggio, timidi, sorridenti, ordinati. Per un attimo ho pensato al confronto con i nostri bambini viziati che fanno disperare le maestre per mantenere l' ordine, per richiamarli all'attenzione, sempre lamentosi, dispettosi, così vivaci. Questi miei bimbi oggi erano 30, penso di non aver mai visto tanta educazione e ordine mantenuti per ore intere in un contesto extra-scolastico.

Erano così curiosi ed emozionati, abbiamo camminato tanto, tutti in fila indiana, non si sono lamentati mai. Hanno inseguito le farfalle, incontrato i babbuini, imparato dagli alberi, dalle impronte di animali e sono rimasti nel silenzio quando ci siamo trovati in un punto in cui la foresta si poteva ammirare dall'alto. Era così enorme, maestosa, imponente, infinita. Eravamo uniti dalla sorpresa e dalla curiosità, la guida che ci ha scortato ha fatto loro vedere dal cannocchiale le meraviglie aldilà dei limiti dei nostri occhi e li ho visti così affascinati da tutto questo. Siamo tornati al tramonto, felici. Sul pulmino i bimbi cantavano il mio nome, insieme intrecciavamo sguardi, manine, sorrisi, qualche parola in italiano che a loro fa così ridere. Per un attimo ho avuto il pensiero triste e impossibile di dover un giorno dire addio a questi occhietti, a questi nasini, a queste manine che cercano sempre una mano sicura.

 

 

Oggi è stata una giornata che mi ha ripagato dalle fatiche dei giorni scorsi, quando ci si sveglia al mattino e si pianificano tre, quattro attività che puntualmente non riesci a portare a termine. Un meeting disdetto quando ormai ero sulla strada per raggiungerlo, una chiamata imprevista che fa cambiare il tuo percorso, realizzare che quello che è stato chiesto non è stato portato a termine, adducendo ad una scusa che ha quasi del ridicolo e a cui ci si deve sforzare di credere.

Le attività sono tante ma tante sono le complessità alla base e ogni giorno è una sfida continua, che a volte ti dà carica, altre ti distrugge, a volte ti fa sorridere, ma altre volte sembrano portarti irrimediabilmente vicina alla rassegnazione.

 

 

Le novità importanti di questa settimana si riassumono a Gede, dove finalmente sono arrivate le due macchine tanto aspettate, quella dell'anestesia e della radiologia. Tra pochi giorni le vedremo in funzione. Il nostro referente Kalid mi d

ice tutto orgoglioso di essere capace di usare la macchina rx, poichè quando lavorava a Dubai era "in charge" proprio della radiologia.

Alla Special School di Gede la lavatrice appena arrivata è in funzione e ci si prepara a ristrutturare la scuola.

Lunedì finalmente riuscirò a raggiungere Langobaya, Malanga e Marafa, per un controllo delle attività.

Posso già dire che fra qualche giorno le foto dei nostri primi animaletti nella fattoria di Langobaya saranno visibili, insieme a quelle di Malanga, dove si è pensato allo stesso progetto di allevamento.

Intanto i nostri bravi dentisti dall'Italia hanno portato una preziosa collaborazione presso le nostre strutture sanitarie, a Gede, Langobaya, Watamu e Marafa, dove hanno trattato e curato fino a 100 pazienti in una sola giornata presso il dispensario di Langobaya.

 

Si è fatta sera e le ultime lotte quotidiane si riassumono nell'autodifesa contro le zanzare onnipresenti e nella speranza di potersi fare una doccia rincuorante, non necessariamente calda, prima di andare a dormire.

Chiedo all'Africa di perdonarmi se spesso perdo la pazienza, se spesso non mi sento all'altezza delle fatiche che mi presenta ogni giorno, se spesso mi sento stupida e in imbarazzo quando sembro non resistere il caldo, le torride camminate di sole, quando mi sono permessa di pensare alle comodità perdute.

Ti chiedo Africa di aiutarmi a capirti, di entrare nella tua logica illogica, ti chiedo la forza di non arrendermi mai con te e ti chiedo soprattutto di permettermi un giorno di poterti dire addio senza impazzire alla sola idea di farlo.

 
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